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18Luglio 2024

Intolleranze Alimentari

Le intolleranze alimentari: cosa devi sapere
Hai notato come negli ultimi tempi siano molto più diffuse le intolleranze alimentari? O ti sei mai domandato perché tante persone soffrano di questi disturbi ora più che mai? Ebbene i motivi sono svariati:
1. L’alimentazione oggigiorno presenta delle grosse mancanze nutrizionali, che si ripercuotono sulla salute del nostro organismo. Infatti frutta e verdura a causa delle coltivazioni intensive, dell’impoverimento dei suoli e del peggioramento dello stato dell’aria, hanno perso gran parte delle proprietà nutritive che presentavano anche solo 50 anni fa.
La cultura per il cibo ipercalorico ma a basso valore nutrizionale si è ampiamente diffusa e parallelamente l’utilizzo per comodità di cibi altamente elaborati e ricchi di conservanti aggravano la situazione.
2. Inoltre quello di oggi è un mondo che è sempre di corsa, non ha tempo da dedicare al cibo, il pasto è sempre meno un momento di convivialità e di benessere, è più un dovere o un abitudine. Questo influisce molto sulla qualità della digestione e di conseguenza sul benessere di un organismo.
3. Infine, una volta che ti accorgi di avere dei disturbi o sintomi legati al consumo di particolari cibi, la preoccupazione principale è quella di eliminarli o ridurli senza andare a fondo sulla causa scatenante, accontentandoti di migliorare la situazione o imparare a conviverci.
Partiamo dai sintomi…
Le intolleranze alimentari si identificano come disturbi che compaiono nel tempo ( sino a 72 ore) dopo l’assunzione di determinati alimenti con la comparsa di svariate sintomatologie:
sistema nervoso: cefalee, depressione, scarsa concentrazione, astenia (stanchezza e debolezza);
apparato gastro-enterico: diarrea, meteorismo, Morbo di Crohn, sindrome del colon irritabile;
cute: orticaria, eczema, psoriasi, acne;
apparato muscolo-scheletrico: crampi, dolori articolari.
Come si può vedere i sintomi sono molto svariati e possono essere fraintesi con qualche altra patologia, motivo per il quale spesso un’intolleranza alimentare passa inosservata per molto tempo o non viene correttamente diagnosticata. Per fare questo esistono dei Test diagnostici ben precisi.
Le intolleranze più frequenti
Al glutine: è una delle intolleranze alimentari più diffuse, viene considerata malattia autoimmune, a causa della risposta immunitaria che scatena il corpo contro se stesso in seguito all’assunzione di glutine. Esiste una percentuale di predisposizione genetica alla malattia e spesso causa disturbi intestinali acuti.
Al lattosio: questa forse è la più diffusa al mondo, è attribuibile alla mancanza dell’enzima lattasi nell’adulto, fondamentale per la digestione del latte e dei suoi derivati. Esiste anche in questo caso un’eventuale predisposizione genetica.
Linee guida generali
Quando si sviluppano parecchie intolleranze alimentari (solitamente si parte dallo sviluppo di una sola ipersensibilità ad un preciso alimento per poi sfociare in una comparsa di vari sintomi con cibi diversi) deve essere interpretato come un campanello d’allarme da parte del nostro corpo. Spesso infatti una condizione del genere è la dimostrazione che il nostro intestino non riesce a funzionare al meglio e i giusti nutrimenti non vengono assorbiti correttamente.
Quindi la causa non è l’alimento in se, ma il fatto che il tuo intestino non stia lavorando bene perché magari la sua flora batterica è alterata. Devi sapere infatti che nella norma esso è popolato per l’85% da specie batteriche probiotiche che aiutano il regolare funzionamento dell’organismo e per il restante 15% da specie potenzialmente patogene. Quando queste proporzioni variano in modo consistente la permeabilità intestinale si altera e si sviluppano facilmente reazioni allergiche.
E’ importante di conseguenza agire a questo livello, mediante l’assunzione di probiotici e di integratori fitoterapeutici per risanare la flora intestinale, e poter permettere l’assimilazione di tutti i nutrienti di cui il tuo corpo necessita.
Non è escluso quindi che, una volta sistemata la funzionalità intestinale, i sintomi comparsi per un’intolleranza alimentare si attenuino o addirittura scompaiano nel tempo.
Va ricordato però che per ristabilire il giusto equilibrio tra flora batterica aerobia e patogena, ci vuole pazienza… si parla di almeno 3-4 mesi a seconda della condizione di partenza seguendo un’alimentazione corretta e un’integrazione specifica, adatta alla risoluzione di questo disturbo.
18Luglio 2024

Disturbi gastrici: l’azione risolutrice della glutammina

Glutammina importante aminoacido
La glutammina fa parte di quel gruppo di amminoacidi definiti “non essenziali” o “semi-essenziali”, ossia viene sintetizzato dall’organismo a partire da un altro amminoacido essenziale chiamato acido glutammico (o glutammato), ma in determinate circostanze non viene prodotto in quantità sufficienti e quindi deve essere necessariamente integrato dall’esterno, attraverso l’alimentazione ed eventualmente, l’integrazione.
E’ uno degli amminoacidi tendenzialmente abbondante nel nostro corpo, nonostante questo però, non sempre ne produciamo abbastanza.
La glutammina è coinvolta nei processi digestivi e una sua carenza può portare facilmente ad esaurimento fisico e mentale. Oltre a essere essenziale per il metabolismo del sistema nervoso, è anche un intermedio basale delle funzioni del fegato e dei reni.

Il suo ruolo nel corpo

1) FAVORISCE LE FUNZIONI NERVOSE: Nei neuroni la glutammina viene convertita in acido
glutammico da un enzima specifico, la glutaminasi ed esercita un’azione protettiva sugli stessi neuroni. Svolge inoltre un’attività stimolante a livello cerebrale, in quanto favorisce la produzione di un neurotrasmettitore eccitatorio.
2) AIUTA I MUSCOLI A FUNZIONARE MEGLIO: Alcuni studi dimostrano che è molto importante nel recupero, in seguito ad uno sforzo, delle cellule muscolari. Questo perché favorisce l’aumento delle scorte di glicogeno muscolare (fonte di deposito e riserva degli zuccheri).
3) HA UN RUOLO NEL METABOLISMO DEGLI ZUCCHERI: La glutammina è importante anche perché aiuta il corpo a controllare i livelli di glucosio nel sangue.
4) AZIONE ANTIOSSIDANTE: Interviene nella formazione di sostanze, tra cui il glutatione, essenziali per l’attività del nostro sistema di difesa antiossidante. Queste sostanze infatti servono ad eliminare i radicali liberi in eccesso presenti nel nostro organismo, i quali sono la causa principale dell’invecchiamento e della morte cellulare.
5) RAFFORZA IL SISTEMA IMMUNITARIO: Tale aminoacido fa da supporto energetico a quelle cellule che si moltiplicano rapidamente come i macrofagi e i linfociti, i quali assumono un ruolo fondamentale nel nostro sistema immunitario di difesa contro batteri e virus.
6) UTILE A STOMACO E INTESTINO: La glutammina, se presente nelle giuste concentrazioni, ripara la mucosa gastro-intestinale per ricrearne una corretta permeabilità. Quando la mucosa è alterata, non riesce più a “filtrare” le sostanze nella maniera corretta: non assimila bene ciò che dovrebbe e permette alle sostanze nocive di permeare all’interno. Ovviamente questo nel tempo si riflette con disturbi a livello gastrico e intestinale, malassorbimento, difficoltà nella digestione e altre problematiche più gravi e croniche. Per questo motivo il trattamento con un’integrazione aggiuntiva di glutammina potrebbe rivelarsi prezioso nella risoluzione di tali problemi.

La glutammina, risolutrice per i disturbi gastrici

Questo importantissimo elemento è presente ampiamente in alimenti di origine animale come la carne, le uova, il pesce ed i prodotti caseari; ma anche in quelli di origine vegetale, ad esempio nella soia, nella frutta secca e nei fagioli.
Per migliorare però le nostre capacità digestive, potrebbero non essere sufficienti le concentrazioni di glutammina presenti nei cibi, poiché il suo fabbisogno aumenta notevolmente: basti pensare che potrebbero servire giornalmente, anche 2500 mg di glutammina al giorno.
Per migliorarne l’efficacia, è possibile associarci anche degli altri elementi utili ai processi digestivi: le vitamine del complesso B, gli enzimi digestivi e dei probiotici, che assicurano una buona condizione della flora batterica intestinale.
2Settembre 2020

Che cos’è il carico glicemico?-indici

Che cos’è il carico glicemico?-indici

Poco tempo fa abbiamo parlato di indice glicemico, abbiamo cercato di capire che cos’è, come viene misurato, da cosa è influenzato e perché è un valore da tenere in considerazione quando parliamo di alimentazione.
Un punto che però non abbiamo ancora approfondito è il carico glicemico e che differenza esiste tra questi due valori.

Indice glicemico e carico glicemico, due concetti differenti

Se l’indice glicemico (IG) è quel valore che indica la velocità con cui un cibo fa salire la glicemia (precisamente, quanto aumenta la glicemia dopo aver ingerito 50 g di carboidrati di un determinato alimento), il carico glicemico (CG) invece ci aiuta a capire la quantità di un certo cibo che si può assumere in relazione all’innalzamento della glicemia

Carico glicemico

Il carico glicemico serve a capire quanto alzerà la glicemia “una porzione” del cibo preso in considerazione. Quest’informazione può rivelarsi preziosa poiché non è detto che un alimento con un alto indice glicemico abbia per forza un effetto molto negativo sulla nostra glicemia facendo alzare eccessivamente i livelli di zucchero nel sangue.
Per comprendere meglio, facciamo un esempio: la zucca e gli spaghetti hanno entrambi un indice glicemico molto alto, ma per alzare la glicemia in modo analogo è necessario consumare una quantità molto superiore di zucca rispetto a quella di spaghetti. Questo perché la percentuale di carboidrati presente nella zucca è particolarmente ridotta se paragonata a quella che troviamo nella pasta.
pasta al sugoDi conseguenza basarsi solo ed esclusivamente sull’indice glicemico potrebbe essere fuorviante!
Per questo motivo è molto importante considerare il carico glicemico come parametro che tenga conto del contenuto di carboidrati presenti nell’alimento che si sta osservando.
Il carico glicemico quindi si calcola così = (INDICE GLICEMICO x g CARBOIDRATI) / 100
Potremmo quasi affermare che tra IG e CG c’è una relazione analoga a quella che esiste tra peso specifico e peso di un materiale.
Facendo un ulteriore esempio con l’analogia: il peso specifico del ferro è senza ombra di dubbio superiore rispetto a quello del cotto. Nonostante ciò, l’impatto sul piede di un mattone caduto dall’alto è più doloroso di quello causato da un bullone che colpisce il piede cadendo dalla medesima altezza.

L’utilità di questi valori

Questi due parametri risultano importanti per poter monitorare l’apporto di carboidrati e i livelli di zucchero nel sangue. In particolar modo potrebbero rivelarsi utili per specifiche malattie, come ad esempio il diabete, dove bisogna fare sempre i conti con cosa si mangia e quanto zucchero si assorbe.
Un diabetico infatti dovrebbe prediligere alimenti con un basso IG, in modo da evitare eccessivi picchi glicemici e innalzamenti della concentrazione di glucosio nel sangue. Questo però non basta, è indispensabile anche contenere il carico glicemico complessivo del pasto.
Consumare cibi a basso IG e CG aiuta anche a tenere sotto controllo la sensazione di fame, l’appetito e il peso corporeo. È un modo utile infatti per mantenere un certo equilibrio nella produzioni di ormoni che sono coinvolti in questi processi, come l’insulina e la leptina.
Al controllo della glicemia, attraverso l’ausilio dell’indice glicemico e del carico glicemico, va affiancato il concetto fondamentale secondo il quale, per alimentarsi bene serve mangiare, in modo molto vario, cibo di qualità. Consumare tanti alimenti naturali e di stagione deve essere il principio di base dal quale partire.
7Giugno 2020

Glicemia e Salute

Glicemia e Salute

Conosci il significato della parola GLICEMIA? e sai che cosa rappresenta per la tua SALUTE?
In questa Video-Pillola, la dott.ssa Carolina Capriolo, ci spiega nel dettaglio perché la glicemia rappresenta la principale fonte energetica per le nostre cellule.
Abbiamo capito che è fondamentale tenere costante il livello di glicemia! Perché se dovesse essere troppo alto, si rischiano malattie tra cui:
La dott.ssa suggerisce tre semplici cambiamenti per migliorare la situazione dello zucchero nel sangue ed evitare che si alzi troppo:
… e non spaventatevi se seguendo i nostri consigli doveste avere delle improvvise “voglie di zucchero”, è normale. L’importante è non cedere e permettere all’organismo di disintossicarsi per abbassare i livelli di glicemia nel sangue.

Buona salute a tutti!

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27Gennaio 2019

Leptina e subfertilità

Leptina e subfertilità

Nel 1994 Jeffrey Friedman scoprì un ormone che gioca un ruolo centrale nella regolazione delle riserve di energia nel nostro corpo.Friedman lo ha chiamato leptina, dalla parola greca leptos, che significa slanciato, perché credeva che questa scoperta avrebbe portato alla cura dell’obesità.
Oggi sappiamo che questo ormone regola la fame, e secondo i nuovi dati, influenza attivamente il nostro comportamento sessuale.
Il suo ruolo principale è quello di mandare un segnale al nostro cervello per indicare che abbiamo assunto abbastanza cibo e sufficienti riserve di grasso.
Al contrario di ciò che si pensava in precedenza, non è il cervello che regola queste 2 funzioni (sesso e fame) a livelli ormonali, ma la leptina, che dà il corrispondente comando al cervello e questo poi inoltra il messaggio agli altri sistemi.
La nutrizione e il nostro comportamento sessuale sono direttamente connessi con gli ormoni attraverso la leptina.
La leptina è considerata da ricercatori specifici come l’ormone dominante del sistema endocrino, perché regola i due istinti più potenti (fame e sesso) collegati alla sopravvivenza della specie.

L’ormone dominante

Come le riserve di energia regolano l’economia e la politica del nostro pianeta, così il corpo umano regola la funzione del sistema endocrino sulla base delle riserve di energia. Fino ad appena 50- 100 anni fa, il cibo era relativamente raro e disponibile in piccole quantità.
Era quindi inevitabile che il nostro corpo lavorasse meglio in condizioni di ridotta assunzione di cibo.Ecco perché la riduzione dell’assunzione di cibo migliora gli indicatori di salute di tutti e aumenta la vita media.

Leptina e fertilità

In un ambiente in cui il cibo è scarso, le riserve di energia sono i principali regolatori delle funzioni del corpo a più livelli. Se il nostro corpo non ha sufficienti riserve di energia non può assicurare la sopravvivenza e la crescita dei bambini.
In tal caso il sistema endocrino ci impedisce di concepire fino al recupero delle riserve di energia.
L’interruzione del flusso mestruale e l’infertilità sono comuni negli atleti, ballerini e in coloro che hanno livelli di grasso corporeo molto bassi. L’infertilità non riguarda solo le persone che hanno livelli di leptina molto bassi, ma anche quelle che hanno valori molto alti.
Nel caso avessimo valori molto elevati compare la resistenza alla leptina. Il nostro cervello non reagisce affatto o non la abbassa e agisce come se non avessimo nessun grasso nel nostro corpo, quando in realtà è tutto il contrario.

La scoperta della leptina

La leptina è stata scoperta nel 1994 in esperimenti su topi obesi. Friedman osservò che questi topi non avevano quell’ormone e quando glielo somministrò i topi cominciarono a perdere peso e diventare normali. Quando annunciò la scoperta, la leptina divenne famosa in breve tempo.
Inizialmente tutti pensavano che la somministrazione potesse risolvere il problema dell’obesità una volta per tutte. Così si cominciò a misurarne i livelli in persone obese e in soggetti normali.
I ricercatori si aspettavano di trovare una quantità di leptina significativamente più bassa nelle persone obese.Ma i risultati erano opposti rispetto a quelli attesi.I valori di leptina in questi individui erano significativamente aumentati.

Perché succede questo?

Il segnale della leptina nel cervello informa che le riserve sono piene di grasso, il nostro corpo ha le riserve di energia e non necessita di altro cibo, mentre allo stesso tempo aumenta il desiderio sessuale. Un pasto allineato con il nostro profilo metabolico aumenta i livelli di energia e migliora il desiderio sessuale.
Ma quando la nostra dieta non è in linea con le necessità di energia del nostro corpo è proprio l’opposto, i livelli di energia diminuiscono in modo significativo, sentiamo sonnolenza o irritabilità e se questo succede con base cronica abbiamo una ridotta fertilità.
I cibi processati ci permettono di consumare molte calorie con una piccola quantità di cibo e aumentare la produzione di leptina oltre il normale.Il nostro cervello si adatta a funzionare con livelli più alti di leptina nel sangue, riduce la risposta del segnale della leptina e smette di rispondere a questo stimolo: si è sviluppata la resistenza alla leptina.Il cervello non ascolta più gli ordini di questo ormone.

Infertilità

Gli individui in sovrappeso ed obesi di solito mostrano livelli di leptina da 10 a 20 volte sopra il normale.
Inoltre hanno sviluppato resistenza all’insulina. Nelle donne in età fertile questo si associa con infertilità e disordini mestruali. In questi casi, la perdita di peso e l’abbassamento dei livelli di leptina sono associati con una maggiore fertilità e probabilità di concepire.
I livelli di leptina sembrano essere legati non solo alla fertilità femminile, ma anche alla qualità dello sperma maschile.
La vita moderna sembra aver radicalmente alterato la funzione ormonale del corpo umano e questa è la ragione principale dietro il problema dell’infertilità che oggi affligge 1 coppia su 5.
La fecondazione in vitro ha aiutato e aiuta molte coppie, ma questa soluzione molte volte fallisce o sono necessari molteplici e ardui sforzi per ottenere una gravidanza.

Più diventa intenso il disordine metabolico della leptina più difficile è ottenere una gravidanza, naturalmente o artificialmente.

I ricercatori di Harvard e di altri paesi stanno studiando la somministrazione della leptina in donne magre con bassi livelli di questo ormone.
La maggioranza delle donne con problemi di infertilità hanno un eccesso di grasso e di leptina.
Nel secondo caso solo ripristinare il metabolismo più vicino ad uno stato normale e salutare può aumentare o ridare fertilità.
Più capiamo la funzione del corpo umano, più realizziamo che non c’è alcun sostituto per la buona salute.Saluti!

Fonti:

www.sciencedaily.com/releases/2011/04/110404151343.htm www.tovima.gr/science/medicine-biology/article/?aid=394157 www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/528119 www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19072520 www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20395425 www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21138907 www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21464293

27Giugno 2018

Diabete: che rischi comporta per la nostra salute?

Diabete: che rischi comporta per la nostra salute?

Il diabete possiamo definirlo una malattia cronica che comporta sempre una condizione di
iperglicemia, ossia degli elevati livelli di glucosio nel sangue. Quali sono i rischi che comporta per la nostra salute?

Partiamo dal principio, a cosa serve il glucosio?

Il glucosio rappresenta la più importante fonte di energia per le cellule del nostro organismo e proprio per questo, oltre ad essere utilizzato immediatamente, viene anche immagazzinato sotto forma di un’altra molecola chiamata glicogeno. Quale “percorso” segue?
1. Quando ci nutriamo gli alimenti vengono scomposti e i processi digestivi permettono il discioglimento del glucosio nel sangue. La gran parte dei carboidrati nel cibo viene convertita entro un paio di ore in glucosio.
2. Una volta disciolto, viene trasportato all’interno delle cellule per essere poi utilizzato e/o immagazzinato.
3. L’insulina è il principale ormone che regola l’ingresso del glucosio dal sangue nelle cellule (in quelle muscolari e adipose) ed è prodotta dalle cellule β del pancreas come esatta risposta all’innalzamento dei livelli di glucosio nel sangue (per esempio dopo un pasto), le cellule β del pancreas sono infatti stimolate dagli alti valori di glicemia e inibite dai valori bassi.
Se la disponibilità di insulina è insufficiente (deficit di insulina) o se le cellule rispondono in maniera inadeguata ad essa (insulino-resistenza) o se l’insulina prodotta è difettosa, il glucosio non può essere efficacemente utilizzato dal nostro organismo: la conseguenza di ciò è uno stato di carenza di glucosio nei tessuti con al contrario elevati valori nel circolo sanguigno.

Classifichiamo il diabete

Esistono diversi tipi di diabete e diverse circostanze in cui esso può presentarsi:
Diabete Mellito può essere di tipo 1 o di tipo 2
• Diabete di tipo 1: E’ una patologia autoimmune, poiché in questo caso è il corpo stesso che attiva una risposta immunitaria contro le proprie cellule β del pancreas, che vengono distrutte e che portano ad una condizione di insulino-deficienza. Questa forma compare in età giovanile.
• Diabete di tipo 2: in questo caso i pazienti conservano una funzionalità limitata delle cellule β (responsabili della produzione di insulina), queste producono insulina ma non quanto serve a mantenere stabili i livelli di glucosio nel sangue. Il diabete di tipo 2 insorge in tarda età e non è di tipo immunitario, ma dovuto a diversi fattori: ambientali, ereditari e comportamentali.
• Diabete gestazionale: in questo caso si intende un aumento dei livelli di glucosio rilevati per la prima volta nel periodo della gravidanza. E’ una condizione che non si verifica e che generalmente, tende ascomparire al termine della gravidanza; tuttavia, va diagnosticata e monitorata in modo adeguato per evitare conseguenze, a volte anche gravi, sia per la madre che per il bimbo.

Diabete secondario

In questo caso il diabete si sviluppa in seguito ad altre patologie correlate al pancreas, oppure in seguito a traumi o operazioni chirurgiche, o per malattie che interessano le ghiandole endocrine o ancora per intensi trattamenti con alcuni farmaci.

Diabete insipido

E’ una forma particolare di diabete, dovuta ad un alterato funzionamento dell’ipofisi, che presenta i vari sintomi legati al diabete mellito senza presentare livelli alti di zucchero nel sangue. In questo caso le urine sono molto poco concentrate come conseguenza di una scorretta produzione di un ormone prodotto appunto dall’ipofisi.

La causa del diabete è unicamente lo zucchero?

In Europa circa 75 milioni di persone soffrono di questa malattia e 1 adulto su 4 si trova in una fase che precede quella diabetica. Per come si è diffusa tale patologia, sia per quanto riguarda lo sviluppo geografico che per le tempistiche, si può escludere che la causa principale sia genetica.
Infatti tale problema colpisce per lo più i paesi maggiormente industrializzati, all’interno dei quali, negli ultimi 50 anni si sono succeduti radicali cambiamenti nello stile di vita e nelle abitudini alimentariseguite.
Tutti fattori che escludono la componente genetica come causa principale di diffusione di tale patologia.
Il consumo sempre più massiccio di carboidrati raffinati e la produzione di alimenti industrialmente elaborati, infatti hanno fatto sì che i nostri cibi fossero molto poveri di nutrienti, nonostante registrassero altissimi livelli calorici.
Dobbiamo tenere conto inoltre della sedentarietà: lo stile di vita odierno è diventato molto più sedentario rispetto al passato, creando così un maggior disequilibrio nei livelli di zucchero nel sangue (che non viene correttamente “consumato”).
Il problema quindi non è rappresentato esclusivamente dai dolci e dall’utilizzo dello zucchero come dolcificante, ma da tutto ciò che si nasconde in ciò che mangiamo al giorno d’oggi e che si traduce comunque in altissimi livelli di glucosio nel sangue.

Patologie correlate

Questa patologia nel tempo tende ad associarsi ad altre complicanze, soprattutto che riguardano la circolazione sanguigna (ostruzioni più o meno gravi dei vasi sanguigni o alterazioni dei piccoli vasi, per lo più a livello di retina, reni e nervi).
Inoltre il diabete comporta un aumento del peso legata ad un’intensa sensazione di fame e può far aumentare il rischio di cancro, di disfunzione erettile negli uomini o di impotenza sessuale in generale. Essendo l’insulina un ormone pro infiammatorio, cresce anche la predisposizione alle infiammazioni. Si rischia l’ipotiroidismo, l’invecchiamento precoce delle nostre cellule e le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer (anche definito diabete di tipo 3).
21Aprile 2018

telomeri e invecchiamento

Enzima Telomerasi rallenta l’accorciamento dei telomeri e l’ Invecchiamento.
La scoperta, che è valsa il premio nobel 2009 a Jack William Szostak, Elizabeth Blackburn e Carol Greider, ha stimolato molti studiosi e ricercatori ad indagare sul processo dei telomeri e soprattutto sul funzionamento dell’enzima telomerasi.
Contrariamente a quanto si pensava fino al 2009, l’invecchiamento non è dovuto esclusivamente ai danni provocati dall’ossidazione bensì all’accorciamento dei telomeri.

Cosa sono i telomeri

I telomeri sono la parte terminale dei cromosomi (essi rappresentano il materiale genetico di ogni individuo, “impacchettato” in tutte le cellule), composta da DNA altamente ripetuto, che protegge l’estremità dei cromosomi stessi dal deterioramento o dalla fusione con cromosomi confinanti.
Quando il corpo si “danneggia”, tende ad auto-ripararsi favorendo la replicazione delle cellule. La parte finale dei cromosomi non viene completamente replicata.
I telomeri delle cellule, di conseguenza, si accorciano ad ogni moltiplicazione provocando così l’invecchiamento del corpo.
Con il passare degli anni, le lesioni cellulari si accumulano e si manifestano ottenendo rughe, ammalandosi e finendo per morire.

La buona notizia: L’ Enzima Telomerasi

Ogni organismo possiede l’enzima telomerasi il cui scopo è quello di correggere parzialmente l’accorciarsi dei telomeri.
Nonostante il nostro organismo abbia uno strumento di riparazione al proprio interno, la velocità con la quale si danneggia è superiore alla sua capacità di ripararsi.
Fortunatamente, studi approfonditi da parte di scienziati e ricercatori hanno individuato due sostanze (elementi naturali) che stimolano l’enzima telomerasiCe ne parla anche il Dott. Dimitris Tsoukalas in questa intervista rilasciata all’Università di Creta.
Vivere fino a 150 anni diventa un traguardo fattibile e non più utopistico.
10Marzo 2018

L’enzima dell’immortalità. Perchè invecchiamo?

Si può migliorare l’aspettativa di vita allungando i telomeri con l’enzima telomerasi! Questa è una delle più importanti scoperte della scienza moderna.
I 3 scienziati vincitori del premio Nobel nel 2009 hanno risolto uno dei più grandi misteri della biologia sulla copia e protezione dei cromosomi.
In parole semplici, questa scoperta ci permette di approfondire il funzionamento del DNA e di capire i meccanismi che causano le malattie, la degradazione e l’invecchiamento.

Perchè invecchiamo?

Dal momento del concepimento, ogni corpo umano comincia un cammino nel tempo che porta all’invecchiamento e infine alla morte.
Le nostre cellule non restano le stesse durante le nostre vite.
Per la maggior parte infatti si dividono e sostituiscono quelle danneggiate. La frequenza delle divisioni e le sostituzioni variano da organo a organo, ed entrambe
non possono verificarsi all’ infinito, chiaramente c’è un limite.
Nel 1961, Leonard Hayflick ha determinato che le nostre cellule hanno un limite specifico di divisioni che possono compiere.

Questo numero è chiamato il “Limite di Hayflick”, e determina la durata della nostra vita.

In ogni divisione le nostre cellule invecchiano e si avvicinano ai loro limiti.
Le cellule della pelle di un bambino, per esempio,possono moltiplicarsi anche 80-90 volte, mentre quelle di un adulto di 70 anni possono proliferare 20-30 volte.
Perché dopo ogni divisione cellulare le nostre cellule non sono identiche a quelle da cui hanno avuto origine, ma sono più vecchie e più

soggette ad ammalarsi e morire?

La ragione per cui accade questo è la selezione naturale.
Questa diversità è infatti necessaria nel corso della vita per permettere alle specie di adattarsi ai cambiamenti e di migliorare le probabilità di sopravvivenza.
Ad ogni generazione sopravvivono di più gli organismi che sono più adatti a certe condizioni.

I telomeri

Il meccanismo che regola il graduale invecchiamento delle nostre cellule è situato alle estremità dei cromosomi (parte arancione, vedi figura), che sono chiamate
telomeri, dalle parole télos (fine) e méros (parte).
Ogni telomero, al concepimento, è lungo 15000 unità (basi).
Ad ogni divisione una parte di questi pezzi non viene copiata, così la lunghezza del telomero a poco a poco diminuisce.
I telomeri, quindi, diventano più piccoli, finché la cellula perde la capacità di dividersi e muore.
I nostri cromosomi ad ogni moltiplicazione perdono un pezzo, come l’esempio dell’uomo che sta in piedi sopra il muro che sta costruendo.
La maggioranza delle unità è persa durante il periodo embrionico.
Alla nascita la lunghezza dei telomeri è già ridotta di 10000 unità.
Durante le nostre vite, visto che le cellule si dividono, la lunghezza dei telomeri continua a diminuire, e quando arriva a 5000 unità sopraggiunge la morte.
I telomeri sono un meccanismo di protezione e promuovono la stabilità del DNA.
Proteggerli è un punto centrale nella sfida contro l’invecchiamento.
La riduzione della lunghezza dei telomeri emerge come fattore predittivo per lo sviluppo di malattie e il decorso di alcune di queste, incluso il cancro.

L’enzima dell’immortalità

Nel nostro corpo, tuttavia, c’è un enzima che inibisce l’accorciamento dei cromosomi: la telomerasi.
I telomeri sono creati e mantenuti da questo enzima, che è soprannominato “l’enzima dell’immortalità” proprio a causa del suo ruolo nell’invecchiamento cellulare e nel cancro.
La telomerasi allunga i telomeri, rallenta ed è probabile che inibisca l’invecchiamento cellulare.
Proprio per verificare questo, gli scienziati che lavorano nel campo della biologia molecolare studiano per trovare delle sostanze che attivino la telomerasi.
Sono già in corso i primi studi pilota sugli umani, che vengono trattati con una particolare sostanza che sembra attivare l’enzima.
Gli sviluppi nella biologia molecolare nel futuro prossimo si prospettano impressionanti.
Recenti studi hanno dimostrato che fattori di rischio associati con il nostro stile di vita influenzano negativamente l’attività della telomerasi.
Cambiamenti nel nostro stile di vita aumentano enormemente l’attività di questo enzima e rafforzano i meccanismi correttivi nelle cellule umane.
Fattori che attivano la telomerasi:
• Mantenere bassi livelli di omocisteina (il test mostra l’estensione dello stress ossidativo)
• La vitamina C
• L’esercizio fisico
• La superossido dismutasi (SOD) ,un enzima che è un forte antiossidante naturale e viene prodotto all’interno delle nostre cellule.
Tramite l’ampia applicazione di sostanze che migliorano l’attività della telomerasi, questi fattori e uno stile di vita naturale sono passi importanti per raggiungere una salute ottimale.
Alla vostra salute!

Fonti:

Νobelprize.org
Los Angeles Times
The Lancet
American Heart Association / Circulation
Sciencedaily.gr

MY Youth Eccezionale prodotto naturale attiva l’enzima dell’ immortalità “telomerasi“
26Settembre 2016

Arteriosclerosi e aterosclerosi: cause, sintomi, cure e dimostrazione clinica di regressione della patologia

Per la medicina ufficiale i meccanismi patogenetici dell’ aterosclerosi restano ancora da chiarire. Dunque, mentre gli esperti parlano di cause multifattoriali alla radice della malattia aterosclerotica , di fatto non sono ancora disponibili delle cure davvero risolutive e preventive, a tutto vantaggio delle prescrizioni mediche di faramci che placano alcuni sintomi aggiungendone di nuovi a causa degli effetti collaterali.
Alcuni gruppi di ricercatori, tra questi il dottor Rath, tuttavia, hanno dimostrato come attuare la naturale regressione della patologia in questione senza effetti collaterali.
Purtroppo, di questi studi nessuna casa farmaceutica se ne vuole interessare per ovvi motivi tesi a mantenere il giro di affari, mentre l’ informazione scientifica su approcci naturali rimane lontano dal grande pubblico, confinata nelle riviste scientifiche di settore.
Sia il sistema della formazione medica che quello dell’informazione tendono a proteggere gli interessi economici dei grandi gruppi farmaceutici. Pertanto, la ricerca scientifica sulle terapie naturali di fatto rappresenta una minaccia alla vendita della stragrande maggioranza dei farmaci, tra i quali ad esempio spiccano le statine uno degli affari più redditizi degli ultimi 20 anni.
Grazie agli interessi economici in gioco, molte malattie, soprattutto quelle croniche (ad esempio malattie cardiovascolari e cancro), restano le piaghe sanitarie più insidiose e ancora ufficialmente irrisolte nel mondo; malattie trattate alla stregua di una mucca da mungere da molta parte della ricerca scientifica finanziata (talvolta pilotata) dalle case farmaceutiche che, con i loro personaggi di spicco, ottengono l’appoggio delle istituzioni (università, ospedali, gruppi e associazioni di pazienti).

SCIENZIATI RICONOSCIUTI NEI LORO STUDI MA ESCLUSI DALL’INFORMAZIONE DI MASSA

Per ridurre i livelli di colesterolo e i depositi nelle arterie in modo naturale e senza effetti collaterali, ci sono finalmente delle speranze reali e fondate: lo conferma uno studio del 1996 basato sulla ricerca pionieristica del Premio Nobel L. Pauling e del dottor M. Rath.
C’è da chiedersi come mai questa ricerca non è stata pubblicizzata o discussa con il grande pubblico, e presso la classe medica sia completamente sconosciuta. Forse anche tu ne sei venuto a conoscenza solo ora, benchè la pubblicazione dello studio risalga al 1996.
Ecco, questo è un esempio di quanto il potere economico delle case farmaceutiche possa influenzare giornali, televisioni, università, corsi di formazione continua, organi di controllo sanitari, fino all’approvazione delle leggi di uno stato industrializzato. Prima di parlare della ricerca condotta dal dr Rath, in continuità con il lavoro di L. Pauling voglio offrirti alcuni punti di vista non comuni.
UNO SGUARDO REALISTICO AL SISTEMA VASCOLARE Se si riuscisse a trasformare il sistema vascolare, con tutte le sue arterie, vene e capillari, in una superficie unica, coprirebbe un’area grande quanto un campo di calcio. Eppure questo enorme sistema si usura principalmente in una piccolissima zona: quella delle arterie coronarie e poche altre zone come ad esempio le carotidi.
Alla luce di quanto hai appena letto, è ancora logico considerare il colesterolo tra le principali cause dell’infarto e dell’ictus? Se così fosse, le placche aterosclerotiche si dovrebbero manifestare in modo uniforme su tutto il sistema cardiovascolare, interessando ad esempio anche le vene. In fondo il colesterolo è presente nel sangue e il sangue scorre ovunque! Nel testo che segue troverai la risposta del dr Rath.

LISTA ARGOMENTI

Aterosclerosi

L’aterosclerosi è la calcificazione della tonaca intima, strato di cellule endoteliali che delimitano il lume del vaso. Si tratta di una malattia infiammatoria cronica delle arterie di grande e medio calibro (aorta, coronarie, carotidi, arterie degli arti inferiori e del circolo cerebrale), caratterizzata da depositi di lipidi e altre sostanze nelle pareti dell’arteria.
Può avere inizio già dopo i 15 anni d’età, soprattutto se non viene fatta alcuna educazione alla prevenzione.

CAUSE

Fumo, cattiva nutrizione, cibo spazzatura, quantità inadeguate di micronutrienti nell’alimentazione, inquinamento atmosferico, ipercolesterolemia, diabete mellito, ipertensione, obesità.

COME SI SVILUPPA

Uno strato fatto di grassi, elementi di coagulo del sangue, colesterolo, calcio, sostanze presenti nell’ambiente, nel cibo che mangi ed altro, si accumulano nelle arterie sotto forma di placche, lasciando via via sempre meno spazio per il fluire del sangue. Le placche aterosclerotiche possono bloccare completamente la circolazione, oppure staccarsi in piccole parti dalle pareti dei vasi provocando infarto o ictus. L’aterosclerosi compare con gradualità e se si presenta in forma lieve di solito non ha alcun sintomo.

ARTERIOSCLEROSI

L’ arteriosclerosi interessa la tonaca media del vaso sanguigno, un elemento di sostegno e contrazione, costituito per lo più da cellule muscolari lisce, collagene, componenti del tessuto connettivo e fibre elastiche. I vasi arteriosi più comunemente interessati da questa patologia sono le arterie femorali, tibiali, radiali, ulnari ed uterine. Tipica dei pazienti in età avanzata che presentano insufficienza renale cronica o diabete tipo II (Edmonds et al., 1982), è priva di esiti stenosanti sul lume vascolare.
E’ caratterizzata da un irrigidimento della tonaca dei vasi e conseguente sviluppo di calcificazioni focali a livello della tonaca media. Anche lo stress ha un ruolo in questo caso, quando ad esempio per qualche ragione non viene correttamente smaltita l’adrenalina che è entrata in circolo all’interno delle pareti arteriose. Come conseguenza il cuore pompa con più vigore per far arrivare il sangue agli organi.
Lo sforzo per contrastare la rigidità e l’ispessimento delle pareti vascolari, da una parte fa aumentare l’intensità del flusso di sangue, ma come conseguenza, per resistere alla pressione, le arterie si ispessiscono. Detto in parole semplici, se rimane adrenalina in circolo, è come se le arterie mettessero su “muscoli” in grado di produrre abbastanza rapidamente una rigidità della parete arteriosa che lascia meno spazio al lume ematico. In breve si arriva all’ipertensione essenziale, per la quale la medicina ufficiale non è ancora riuscita a spiegarne le cause, e l’unica cura possibile è rivolta al sintomo.
Con il termine arteriosclerosi, quindi, s’intende un indurimento della parete arteriosa che compare con il progredire dell’età e soprattutto con l’alta pressione. Questo indurimento arterioso è la conseguenza dell’accumulo di tessuto connettivale fibroso a scapito della componente elastica.

Sintomi dell’aterosclerosi

Normalmente non si avvertono i sintomi dell’aterosclerosi finché un’arteria è talmente ristretta od ostruita da non essere in grado di rifornire gli organi ed i tessuti con un flusso di sangue adeguato. I sintomi dell’aterosclerosi, di forma da lieve a grave, dipendono dalle arterie colpite. Ad esempio se ad essere colpite sono:
– arterie cardiache: i sintomi sono simili a quelli di un infarto, ad esempio dolore al torace (angina);
– arterie dirette al cervello: i sintomi vanno dall’ ictus ad un attacco ischemico transitorio (TIA): intorpidimento e debolezza improvvisi agli arti, difficoltà di parola, balbettio inspiegabile, debolezza della muscolatura facciale.
– Arterie delle braccia e delle gambe: male alle gambe quando cammini (claudicatio intermittens). Tra i sintomi di ispessimento ed indurimento della parte arteriosa vi è l’alta pressione.

Fattori di Rischio

Ufficialmente sono stati identificati dei fattori che probabilmente promuovono i depositi di placca e l’ispessiemento delle pareti arteriose e sono stati suddivisi in due gruppi: primario e secondario. Tra i fattori di rischio primario la medicina ufficiale elenca: il fumo, la sedentarietà, il colesterolo elevato, il diabete mellito, l’ipertensione. I fattori di rischio secondari sono: l’obesità, la razza (alcune popolazioni come quelle africane hanno un rischio più elevato), la familiarità, la cattiva nutrizione, alti livelli di colesterolo VLDL (a bassissima densità), livelli di fibrinogeno elevato, difficoltà nel gestire lo stress.
La medicina ufficiale non è ancora riuscita a chiarire diversi aspetti che riguardano le patologie cardiovascolari:
– il fenomeno dei depositi nelle arterie,
– da cosa dipende il colesterolo elevato,
– l’ipertensione essenziale.
Fin qui, se non l’hai notato, abbiamo parlato solo ed unicamente di arterie.

Il colesterolo alto visto come sintomo e non come causa dell’infarto

Il termine più utilizzato per descrivere il processo di invecchiamento delle arterie è arteriosclerosi e si riferisce appunto alle arterie. Seguendo la logica della medicina ufficiale, che pone l’accento sui valori del colesterolo, si dovrebbe parlare anche di “venosclerosi”.
Tale processo però non si verifica in quanto le vene non sono sottoposte al medesimo sforzo meccanico delle arterie. La calcificazione delle vene si verifica solo quando una vena viene reimpiantata come bypass coronarico. In questo caso essa assume la funzione di un’arteria e possono verificarsi dei depositi.
Le vene, dunque, lavorano meno delle arterie, di conseguenza, non possono mostrare i sintomi di una sclerosi. Se il colesterolo fosse la causa della calcificazione, i depositi dovrebbero presentarsi in egual misura nelle arterie e nelle vene. Chiunque è in grado di capirlo.
Questa è la dimostrazione chiara e logica che il colesterolo non può essere la causa principale dell’infarto cardiaco, dunque, sarebbe più corretto dire che i livelli elevati di colesterolo rientrano nel gruppo dei fattori di rischio secondari. L’infarto è provocato dalla debolezza delle pareti vascolari esposte a stress meccanico. Normalmente i ricercatori non fanno mai riferimento all’usura.
Il ritmo cardiaco causa usura e dunque una maggior necessità di sostituire le cellule che formano le pareti arteriose. Se la medicina ufficiale avesse ragione dovremmo avere degli iinfarti che si manifestano anche nelle mani oppure nel naso. Quando la parete arteriosa inizia ad indebolirsi, perchè non trova sufficienti micronutrienti utili alla sua struttura, viene intaccata dal colesterolo.

EFFETTI DI UN INSUFFICIENTE APPORTO DI NUTRIENTI SULLA PARETE DELLE ARTERIE

Parete-vascolare-indebolita

La regressione naturale della malattia cardiovascolare

La regressione dell’aterosclerosi inizia con il processo di guarigione nella parete arteriosa indebolita. Nel 1990 la ricerca di Pauling e Rath dimostra come il deficit di vitamina C sviluppa depositi di placca aterosclerotica nelle cavie utilizzate, e che questi depositi sono costituiti da Lp (a) (Lipo-proteine) e fibrinogeno.
Rath, M. & Pauling, L. (1990) Immunological Evidence For The Accumulation Of Lipoprotein(A) In The Atherosclerotic Lesion Of The Hypoascorbemic Guinea Pig, Proceedings of the National Academy of Sciences USA, 87: 9388-9390.
Oltre alla vitamina C, la quale stimola la produzione di molecole di collagene, anche gli altri componenti del programma vitaminico del Dr. Rath sono indispensabili per questo processo di guarigione. Ciò è chiaramente dimostrato dai risultati della ricerca clinica pubblicata nel 1996.
Il grafico qui a sinistra sintetizza le funzioni protettive di questo programma a base di nutrienti essenziali. Al centro della figura c’è l’immagine della sezione trasversale dei depositi aterosclerotici in un’arteria coronaria umana. La zona rossa sopra la placca rappresenta l’area dove scorre normalmente il sangue.
Le lipoproteine (molecole di grasso) al centro dei depositi sono macchiate di nero mediante una tecnica specifica. Due delle molecole di lipoproteina (una molecola di lipoproteina ed una di LDL – in giallo) tra migliaia di molecole in questa placca sono state ingrandite schematicamente.
Queste lipoproteine si sono depositate all’interno della parete arteriosa nel corso di molti anni. Intorno al nucleo della placca si forma una massa locale a partire dalle cellule muscolari tipiche della parete arteriosa. Questa massa di cellule muscolari è un altro modo con cui l’organismo stabilizza la parete arteriosa priva di vitamine.
Il deposito di lipoproteine e la massa di cellule muscolari sulla parete arteriosa sono i fattori più importanti che determinano la dimensione della placca e, di conseguenza, lo sviluppo delle cardiopatie coronariche.
Qualunque terapia in grado di bloccare questi due meccanismi dell’aterosclerosi deve poter anche far regredire la stessa cardiopatia coronarica.
I nutrienti essenziali del programma vitaminico del Dr. Rath operano in sinergia su entrambi i meccanismi nel modo seguente:
1. stabilizzano la parete arteriosa garantendo una ottimale produzione di collagene;
2. arrestano la crescita eccessiva delle cellule intorno alla placca;
3. impediscono il deposito della lipo-proteina (a) e delle molecole di colesterolo LDL;
4. forniscono una protezione antiossidante alla parete arteriosa.
INTEGRAZIONE SPECIFICA PER LA RIDUZIONE DELLA PLACCA ATEROSCLEROTICA
E PER MANTENERE LE ARTERIE IN OTTIMO STATO
Ricerche scientifiche e studi clinici hanno già dimostrato l’importanza della vitamina C, della vitamina B3 (niacina), della vitamina B5 (acido pantotenico), della vitamina E, della carnitina, della lisina e della prolina, nell’abbassare i livelli ematici elevati di colesterolo e di altri fattori di rischio secondari.
Il programma vitaminico del Dr. Rath è stato il frutto di un’attenta ricerca volta a ottenere specifiche sinergie di micronutrienti che contribuiscono anche a dosaggi relativamente bassi a normalizzare i livelli elevati dei fattori di rischio secondari. Questi nutrienti essenziali abbassano la velocità di produzione, nel fegato, del colesterolo e di altre molecole di riparazione e contemporaneamente contribuiscono a riparare le pareti arteriose.

Alcuni consigli per i pazienti con colesterolo alto e altri fattori di rischio secondari.

Abbassare il colesterolo senza prima stabilizzare le pareti arteriose è una terapia cardiovascolare insufficiente e infausta. Inizia prima possibile ad incrementare la resistenza delle pareti arteriose seguendo il programma vitaminico illustrato in queste pagine. Di conseguenza, i livelli ematici di colesterolo e di altri fattori di rischio tenderanno a normalizzarsi. Nel caso in cui tu ne faccia uso, il consiglio del dott. Rath è di sospendere il prima possibile l’assunzione di farmaci per abbassare il livello di colesterolo o di lipidi.
I prodotti MEETAB sono stati Elaborati ed Evoluti in base alle scoperte del Dott Paulin e del Dott. Rath dal Dott Dimitri Tsoukalas e i suoi collaboratori
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28Maggio 2016

Attività fisica e glicemia: che relazione c’è?

Quanto è importante l’esercizio fisico? Scopriamolo assieme
Come funziona il nostro metabolismo?
Usiamo un paragone che abbiamo già sfruttato altre volte: il corpo umano è come una macchina. Cosa serve ad una macchina per funzionare? Il carburante. E cosa serve per funzionare bene? Un buon carburante. Allo stesso modo perché il nostro corpo stia bene, non è sufficiente fornirgli gli alimenti, ma è necessario che siano quelli giusti.
Qualsiasi cosa introduciamo come cibo viene trasformato in zuccheri dal nostro metabolismo per poter svolgere tutte le sue funzioni, tra le quali produrre energia. Ovviamente a seconda di cosa mangiamo, i tempi di conversione e le quantità di quest’ultima variano sensibilmente. Facciamo un esempio: un piatto di pasta o una banana verranno tradotti molto velocemente dal nostro corpo in molta energia, mentre una porzione di carne, o più in generale di proteine, verrà comunque trasformata in zuccheri e sfruttata dal corpo, ma in tempi più lunghi.
E’ bene ricordare che non tutto lo zucchero prodotto viene immesso nel sangue, ma i suoi livelli sono gestiti dall’insulina, un’importante ormone che serve a mantenerli sotto un certo limite. La quantità in eccesso, per non essere sprecata, viene immagazzinata sotto forma di grasso in cellule specifiche.
Quando mangiamo, il picco glicemico (ossia la quantità massima di zucchero presente nel sangue) non avviene subito, ma in media un’ora e mezza dopo il pasto, giusto il tempo che impiega il nostro corpo per metabolizzarlo.
Fatte queste lunghe premesse, ti starai chiedendo, “cosa c’entra tutto questo con l’attività fisica?”

Abbassiamo la glicemia!

Sicuramente saprai che fare attività fisica è fondamentale per restare in salute e raggiungere una condizione di equilibrio e benessere. Quello che forse non è così noto è come il movimento abbia anche degli enormi effetti positivi sulla gestione della glicemia e sul miglioramento delle condizioni di insulino-resistenza (la condizione in cui un corpo non è più in grado di produrre le giuste quantità di insulina per gestire i livelli di glicemia).
Questo perché il nostro organismo, sotto sforzo, richiede molta energia, che, come abbiamo visto prima, è fornita dagli zuccheri. Se nel sangue ce ne sono a sufficienza, entrano direttamente nelle cellule muscolari, altrimenti il corpo converte le riserve di grassi fino a raggiungere il livello richiesto.

L’attività fisica è quindi fondamentale anche per diminuire i valori alti di glucosio nel sangue.

Di che tipo di attività fisica si parla?
Alcuni studi dimostrano che non servono sport estremi o esercizi fisici troppo particolari per vedere un’azione benefica sulla glicemia. Può bastare anche un piccolo sforzo come una passeggiata giornaliera di almeno 30 minuti per vedere i primi effetti positivi. Consiglio utile è alternare la tipologia di attività fisica: quella di tipo aerobico (camminata, corsa, aerobica, bicicletta, etc.,) e quella di tipo anaerobico (pesi, piegamenti, esercizi di potenza e di sforzo intenso).
Altra buona regola per ottimizzare l’attività fisica e il mantenimento della glicemia a livelli desiderati è quella di svolgere lo sforzo fisico non subito dopo aver mangiato, ma nel momento corrispondente al massimo picco glicemico, ossia circa un’ora e mezza dopo il pasto. Così facendo infatti, lo zucchero, che è presente in elevate quantità nel sangue, entrerà velocemente nei muscoli e questi potranno avere più energia da consumare.
In conclusione, cosa dobbiamo fare per gestire al meglio i livelli di glicemia nel sangue? È sufficiente solo una sana alimentazione? Può bastare solo una corretta attività fisica? Ebbene, entrambe singolarmente apportano dei benefici, ma se abbinate determinano risultati nettamente migliori!